DIARIO MINIMO

I. Il cappotto

Una volta le chiesi di cucirmi la tasca interna di un cappotto. Lo usavo da diversi anni, era ancora confortevole e avevo quella mania di riciclare ogni cosa possibile, non buttare via un capo a meno che non fosse inutilizzabile e ridare una seconda vita agli oggetti consumati dal loro utilizzo naturale. Così mi sistemò quella tasca interna che era foderata con un pezzo di stoffa sintetica, cucita a quella del cappotto, come sono le tasche interne dei cappotti.

Arrivati i primi freddi lo indossai e la mano mi cadeva nella tasca salvata, una tana riassestata che prima era una piccola voragine senza fondo e quando vi lasciavo le chiavi le ritrovavo al fondo del cappotto che tastavo con attenzione per riportarle centimetro a centimetro su alla tasca strappata da dove le recuperavo.

Ora la mia mano si protegge dal freddo e dal cadere in quel buco rannicchiandosi nello spazio della ferita che all’inizio era stata piccola e poi gigante. Così mi rintana dall’autunno con l’aria che tira, dal non sapere dove mettermi senza cadere nel dolore che ingrandisce, cullandomi la mano che si rannicchia a pugno. È un soccorso tardivo quel nido, che rischia ad ogni stagione e sbalzo del meteo; sarei troppo grande e ormai scoperta per starci ora ma la mia mano si abbandona come un neonato lì dove sente che c’è stato il calore, il traffico delle sue.

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