E’ tempo di ricucirsi

Un paio di sere fa, tra una pioggia e l’altra, sono scesa a smaltire la mia raccolta differenziata ad uno degli angoli al fondo della strada in cui vivo. Arrivata ai bidoni, mi trovo davanti una macchina da cucire modello Singer con tanto di mobiletto di lavoro e appoggio. Lì abbandonata, sul serio. Il tempo di appoggiare il mio borsone a terra che dietro di me si fermano due persone, non insieme. In lontananza almeno altrettante ad osservare l’oggetto e la scena del crimine.

“La vuoi tu?” mi chiede a buciapelo il ragazzo alle mie spalle. Io ancora in contemplazione della meraviglia gli rispondo: “Eh magari, non ho il posto a casa”. Parliamo un po’ ma è chiaro fin da subito che sarà sua, gliela cedo volentieri purché ne faccia buon uso, mi accerto che ne avrà cura, quasi fosse una creatura. Al che trafficando per portarsi via il bottino mi racconta del suo locale nel nostro quartiere, che conosco, così come i nostri volti non ci saranno completamente estranei. Qui prima o poi ci si incontra tutti. La Singer andrà lì in esposizione, mi inviterà a vederla non appena avrà potuto riaprire i battenti, mi offrirà da bere per la gentilezza di avergliela ceduta.

Poi ci presentiamo, conversiamo ancora un po’, nel giro di qualche minuto mi racconta di sé, di avere problemi alla schiena. Io non posso evitare di sorridere: se penso agli incontri degli ultimi anni so che è stata la forza dell’alchimia, dell’inciampo, dell’avvicinamento che accade tra alcuni ad aver così spesso orientato la mia strada. Nella mia professione forse un terzo delle persone che mi sono arrivate sotto mano, nel vero senso della parola, le ho conosciute in modi simili. Un po’magici, soggetti ad uno strano ed ineluttabile richiamo e riconoscimento.

In parte è anche il mio quartiere, quel luogo dove mentre una ne penso tre ne accadono, dove è naturale lasciare oggetti e beni di consumo che non si usano più agli angoli della strada per chi ne ha bisogno, e nel tempo che hai fatto il giro dell’isolato sono spariti. Quel luogo dove avvengono cose che per un attimo mi fanno dimenticare di essere in una grande e meravigliosa e faticosa città. Lì dove riesco a respirare e sentire e progettare il mio concetto di solidarietà e di comunità meglio che in qualunque altro posto abbia vissuto.

In parte sarò io ad alimentare tutto questo, la me cambiata che non ha più nessuna voglia di tornare in alcuni dei posti in cui è stata. In parte poi, so quanto questa fase così fragile e profonda abbia avuto il suo peso. Qualcosa che assomiglia ad un’epoca intera: una dimensione da cui non credo affatto usciremo migliori ma solo più noi stessi, come amplificati dal virus, messi sotto una lente di ingrandimento. Resteremo senza pelle e dunque farci toccare o avvicinare da certe dinamiche non sarà più possibile, diventerà intollerabile. Finalmente realizzo, pensando alla me cambiata. Proprio come questa pandemia, più la annuso e più la sento come un catalizzatore di tutti i nostri problemi e carenze come umanità e gruppo sociale. E chissà quale altra enorme possibilità insieme.

Mentre sono lì mi sovvengono per un attimo le tante pagine satiriche dei social che meglio riassumono la condizione che attraversiamo, noi e le nostre istituzioni. Quelle brucianti strisce di quotidiane verità che dicono tutto, in mezzo a tanto inutile rumore di fondo. E poi la mente corre a quanto appena accaduto: uscire di casa e a pochi passi trovare una bellezza simile, probabilmente funzionante, abbandonata senza calore, mi ha fatto provare intima tenerezza e tristezza. Mi è arrivato come un atto inconsulto di fatale rabbia, profonda solitudine, un raptus di disperazione, chissà se non un autentico segno dei tempi. All’istante sono solo riuscita a pensare: “Come si fa a lasciare così un oggetto simile? Oltre la bellezza, racchiuderà qualche memoria in più? Esisterà pure un altro luogo in cui darle ristoro e farla rivivere?” Magari no, magari si sarà trattato di un semplice trasloco, rassegnato nella fretta del quotidiano.

E poi c’è il simbolismo dell’oggetto, naturalmente. Una sorta di archetipo urbano che mi si para davanti a ricordarmi cosa hanno significato e significheranno per me questi giorni di quarantena interiore. A rammentarmi dove posso aver dimenticato i due lembi di ferite tanto profonde, a come riavvicinarli per ricucirli insieme, farne una nuova traccia sulla carne e sul foglio. A come uscire da sentieri tanto arcani con ancora la forza e la creatività per guardare in alto. L’ossigeno sale o scende? Dove posso lasciare il mio corpo perché ne assuma la maggior quantità possibile? Il passato dove finisce? E tutta la passione di certi atti?

Questioni così ataviche che hanno il sapore di due vite insieme, uno spazio sotto pelle che sembra capace di dilatarsi a dismisura. Una plasticità del vivere che si fa beffe di certe leggi della scienza. Come si fa a lasciarsi di nuovo pulsare da cima a fondo con un nuovo tassello che sembra non infilarsi da nessuna parte? Eppure passerà e sarà altro. Sarà una nuova esistenza, una inedita e stravagante composizione, con quei colori e tessuti che mai avrei pensato potessero stare insieme. Servirebbe uno strumento solido e capace di infondermi ancora fiducia nei sogni. Eppure io so che strumenti così, per arrangiarsi, riaggiustarsi, ripartire da qualche parte si trovano sempre. Anche all’angolo al fondo della strada.

Ci salutiamo con il mio nuovo amico, sta ricominciando a piovere. E’ tempo di andare, è tempo di tornare ad un luogo sicuro in cui ricucire quante più parti di una storia.

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